Per gli zingari non vale il politically correct
Per gli zingari non vale il politically correct
Il piccolo Marius, di tre anni muore bruciato a Roma e il paese si accorge dei rom. È incivile morire così, perché si tengono le candele accese d’agosto sul pavimento per fare scappare i topi. Che morte è? E che vita è? Per gli zingari non è un buon momento. Pogrom in Ungheria, vita difficile in Romania dove sono un decimo della popolazione. E la rumorosa iniziativa francese. Un rientro incentivato dai soldi su base volontaria. Inutile e pericoloso. Inutile perché come europei i “rimpatriati” potranno riandare in Francia o dove gli pare. Pericoloso perché in un tempo di crisi indica gli zingari come il capro espiatorio. Prendersela con gli zingari. Gli unici per cui non vale mai il politically correct: sempre categoria in blocco e mai persone, sempre colpevoli in blocco e mai persone. Per loro non vale nemmeno la base del diritto occidentale: che la responsabilità di un reato è sempre personale.
La fedina penale di alcuni, invece, diventa spesso l’occasione per abbattere un intero campo, disperdendo e colpendo anche bambini, donne, famiglie che non c’entrano niente. Eppure i rom sono gli europei che vivono meno, trent’anni di meno di noi altri europei. Perché vivono in condizioni inaccettabili.
Anche quelli che non bruciano da piccoli. Ma dopo il tempo della pietà e della commozione arrivano i “giri di vite”. Campo abbattuto. Era stato già abbattuto ed era rinato. Che questo non faccia venire nessuna domanda e che si insista con le dichiarazioni forti, purtroppo, è pratica antica.
Sarà stato il 1990, assessore ai servizi sociali a Roma Azzaro, Dc. Ricordo un forum, io, monsignor Di Liegro e l’assessore. Si parlò a lungo di zingari, dando consigli, inascoltati. Pochi anni dopo, conferenza stampa con l’Opera Nomadi e il sottoscritto: come fare i campi attrezzati di piccola dimensione, scolarizzazione per tutti, evitare di fare sgomberi insensati e campimega.
La mattina dopo, dall’aeroporto, ricordo la telefonata un po’ più che risentita del sindaco Rutelli. Ricordo ancora, forse meno di tre anni fa, il primo sgombero del sindaco Veltroni di un campo attrezzato e non abusivo. Le lunghe telefonate, per spiegare l’assurdo di avere favorito un minimo di decenza e poi di distruggere tutto sulla spinta delle proteste del quartiere vicino: i campi attrezzati, dopo averli fatti, sono in genere lasciati a se stessi come certi pezzi di territorio del sud, da Scampia allo Zen a Rosarno. E nel vuoto arrivano quelli senza scrupoli.
Ricordo questo solo per dire che sono almeno vent’anni che la politica sulla “questione zingari” è perdente. Trasversalmente. Non perché davvero difficile.
Sono appena 160mila persone, la metà ragazzini, la metà di tutti addirittura italiani. Ma perché anche le cose buone che si fanno si interrompono sulla spinta della pressione popolare e, in tempi di crisi, questo diventa dirompente.
L’unica cosa chiara è che non è solo il sindaco di Roma di oggi che ha lavorato sugli sgomberi. Ed è ancora chiaro che questi – senza alternative migliori e contestuali – non servono a niente se non a creare sofferenze evitabili, a interrompere percorsi di integrazione scolastica, a dividere famiglie, a ricreare abusivismo da un’altra parte, dove si vede meno. Perché gli zingari sono persone. O si eliminano fisicamente o “esistono”: non sarà qui, ma sarà da un’altra parte oppure ritornano.
Per questo sarebbe bene decidere che una questione di 80mila minorenni va affrontata con la scolarizzazione per tutti e con le borse di studio e con un forte impegno sociale e di monitoraggio. E poi con percorsi protetti di inserimento nel mondo del lavoro con accordi di settore e l’aiuto di chi nei campi zingari ci va da anni e conosce individualmente le famiglie.
Per questo occorre semplicemente fare gli sgomberi se sono pronti i campi attrezzati e non al “minimo vitale”, ma con servizi e iniziative che vadano a vantaggio anche dei residenti più vicini, sciogliendo la paura e il conflitto sociale. E creando un piano che includa gli zingari in maniera “omeopatica” ma reale anche in più vasti piani-casa (in un tempo in cui si parla di abbattere le Torbellamonaca di Roma e magari d’Italia, non aggiunge gran che al problema).
In un po’ di anni ci si può riuscire. Sicuramente in vent’anni, pre e post tangentopoli tutto quello che è stato fatto di buono si è sempre interrotto per gli sgomberi e per rabbie popolari, spontanee o guidate.
E l’assenza di una politica sociale che metta al centro l’unico dato certo: che gli zingari, buoni o cattivi, avrebbero diritto a vivere umanamente e non con i topi.
Mario Marazziti
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